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Intervista a L'orso, quattro chiacchiere con Mattia Barro

  • Mar 3, 2015
  • 4 min read

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Ciao Mattia, innanzitutto grazie mille per averci dato questa opportunità. Come sai abbiamo già recensito il vostro ultimo lavoro subito dopo l’uscita. E’ stata forse una recensione un po’ di parte, ma quando si fa bella musica è giusto esserlo (leggi qui cosa abbiamo scritto). Nella recensione abbiamo suggerito di variare la scaletta in base alle emozioni che si vivono ascoltando Ho messo la sveglia per la rivoluzione, quindi per le nostre domande partiamo proprio da li:

Se potessi rifare la scaletta dell’album, come la cambieresti?

Avrei voluto iniziare con Quello che manca e finire con Come uno shoegazer.

In un anno siete cambiati tanto, a prescindere dai vecchi e i nuovi membri, a cosa riconduci questa evoluzione?

Alla consapevolezza. All’idea di musica. Al sapere cosa vogliamo fare e come vogliamo diventare e che strada percorrere. E’ divenuto tutto più facile da quando ci siamo finalmente compresi, accettati, capiti.

La malinconia “adolescenziale” delle vostre prime canzoni ha lasciato il posto ai ricordi dei giorni passati. Hai\avete paura di “diventare grandi”?

Troppo tardi, lo siamo già diventati. Prendersi le proprie responsabilità spaventa, ma ne è arrivato il momento. Diciamo che la mia generazione rimane pervasa da questa nostalgica del passato prossimo. E’ sicuramente paura del futuro, ma anche coscienza di ciò che è stato.

Il rapporto che avete con i vostri fan è spasmodico. E’ molto bello vedervi sempre attenti alle esigenze delle persone del vostro gruppo facebook. Tra quello, il tour e le prove, quanto tempo riesci a dedicare alla scrittura di nuovi pezzi?

Il tempo che il mio corpo chiede. E’ molto naturale. Quando ho ispirazione lavoro in maniera spasmodica e concentrata, posso non dormire per giorni se sono in un buon flusso creativo. Non riesco a essere programmatico, ma spesso prendo dei periodi di allontanamento dalla quotidianità e mi isolo per lavorare su nuovi brani. Preferisco bermi una birra in meno e essere vicino a chi mi ascolta. Sono priorità differenti.

Quanti pezzi sono “rimasti nel cassetto” ancora?

Un po’ di brani sono stati esclusi dal disco. Certi perché erano incompleti, certi perché li abbiamo probabilmente sviluppati male o in maniera differente da come pensavamo in partenza. Penso che su alcuni tornerò presto, mi davano molto. Ma preferisco scrivere che recuperare, è più stimolante ripartire da zero.

Con chi ti piacerebbe suonare, oltre ai ragazzi della famiglia garrincha?

Jovanotti, Fritz Da Cat, Marracash, Fabri Fibra e più o meno tutti dell’Unlimited Struggle e della Blue Nox. Gemitaiz con cui ogni tanto ci si sente per pensare a qualcosa da fare. Mi piacerebbe portare la mia musica nel rap, quello vero e intenso. Mi sarebbe piaciuto lavorare con Contessa de I Cani ma il tempo non ce l’ha mai permesso anche se abbiamo una promessa assieme che non manterremo mai. Stylophonic magari, Populus e Clap Clap e tutta quella serie di ottimi producer italiani. I Perturbazione, i Tre Allegri Ragazzi Morti e i Giardini di Mirò. Poi, beh, sugli stranieri sarebbe un mondo infinito. In Italia si collabora troppo poco.

Chi è, per te, il prossimo “L’orso”. Dacci uno o due nomi che secondo te sono pronti ad esplodere nella scena indipendente italiana.

Ti deluderò ma non ascolto la scena indipendente italiana. Non saprei chi indicarti come next big thing. Spero che esplodano i miei fratelli Magellano e il mio amico Brace, ma è gente che ha visto più cose di me e da cui devo imparare, quindi mi fa sorridere dir loro. Ho avuto dei buoni fratelli maggiori nella musica.

Siamo in pieno festival di San Remo. Nesli, uno dei cantanti che nomini più spesso, sembra volersi spostare in un orbita “pop”. Cosa ne pensi?

Nesli ha cambiato il suo percorso anni fa, tramite i lavori Nesliving. Ha fatto bene, il rap gli è sempre stato stretto. Ricordo il suo disco a nome Piante Grasse, avantissimo e incompreso. Ora vuole tentare una via pop, una soluzione di pop d’autore che rispetto, per quanto mi piaccia meno. Sono scelte coraggiose e per questo lo stimo.

Concludiamo con una domanda un po’ “provocatoria” La vostra scelta di non vendere il CD nel primo mese di live fa riflettere. La musica indie prima sembrava volersi allontanare dai negozi di dischi, proponendo un modello di vendita alternativo. Cosa è cambiato?

Smettiamola di pensare che l’indie - parola da cui mi escludo ma che tu qui usi - è per il pubblico indie. No; noi facciamo musica melodica, prettamente pop e la nostra ambizione è farci ascoltare e dare emozioni a più persone possibili senza guardare da quale ambiente provengano. Non facciamo musica per un’alternatività, ma per gli essere umani. E gli esseri umani possono andare nei negozi di dischi o acquistare online. Se dovessimo vendere solo nei banchetti durante i concerti, significherebbe mettere in vendita il tuo disco, nel migliore dei casi, dieci volte al mese, mentre in un negozio rimane trenta giorni. La musica deve essere un gesto quotidiano, non qualcosa di eccezionale. Chi vorrà investire nel nostro progetto, potrà trovarci anche se non saremo nella sua città. La musica è per tutti, non è elitaria. E’ molto importante uscire da questo loop che ha la musica indipendente italiana, l’autocelebrazione totalitaria.

 
 
 

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